
Narrativa — Anteprima
Il Protocollo di Umanità
Francesco Ferrari · 12 min di lettura
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Potrà un codice fiscale tornare ad essere un uomo?
«La burocrazia è un meccanismo enorme azionato da pigmei.» Honoré de Balzac
Una telefonata inaspettata
La telefonata era arrivata di martedì, nel cuore di un pomeriggio grigio come tanti altri, rompendo il ritmo metodico dello studio. Leo stava lavorando su due fronti contemporaneamente, come sempre: sul monitor di sinistra scorreva l'ennesimo ricorso contro una cartella esattoriale nata da un errore di sistema che nessun ufficio aveva ancora avuto la cortesia di correggere. Sul monitor di destra aveva aperto il software gestionale che stava sviluppando da qualche settimana per un cliente, un programma per automatizzare le riconciliazioni contabili che continuava a comportarsi in modo strano su certi tipi di transazioni. Due schermi, due linguaggi diversi, un unico problema. Era sempre così con Leo: il diritto da una parte, il codice dall'altra, e in mezzo lui, una figura strana, a metà tra il tributarista e il tecnico informatico, che nessuno sapeva bene come classificare ma che tutti, prima o poi, finivano per chiamare.
Il telefono vibrò sul bordo della scrivania. Un numero di Roma, prefisso ministeriale. Leo lo fissò un secondo prima di rispondere, con quell'istinto particolare che si affina dopo vent'anni passati a combattere contro uffici e algoritmi: la sensazione che certe telefonate cambino qualcosa, anche se non sai ancora cosa.
Dall'altro lato del filo c'era Sergio. Una voce che non sentiva da almeno tre anni, da quando si erano incrociati a un convegno a Bologna e avevano bevuto un Negroni parlando di come il Paese stesse cambiando, e non nel senso buono. Sergio era uno di quei ragazzi brillanti dell'università che avevano scelto di stare dentro il sistema invece di combatterlo dall'esterno. Stessa aula, stesso professore burbero che interrogava in piedi, stesso bar sotto casa dove si studiava fino a mezzanotte. Ma strade completamente diverse: Sergio aveva fatto concorsi, scalato ranghi tecnici, e ora occupava un posto di rilievo nell'infrastruttura informatica del Ministero dell'Economia. Conosceva Leo da sempre. Sapeva esattamente di cosa era fatto.
SERGIO «Leo, abbiamo un problema che il servizio informatico interno non riesce a gestire. I server centrali si riavviano a catena senza un motivo logico. Abbiamo bisogno di una persona di fiducia, qualcuno che sappia guardare oltre le procedure standard.»
Leo aveva alzato gli occhi dal monitor di destra.
LEO «Che tipo di riavvii? Schedulati o spontanei?»
SERGIO «Spontanei. Nessun pattern riconoscibile nei log. Inizia sempre da un nodo periferico e si propaga a cascata verso il nucleo centrale. I nostri tecnici hanno escluso problemi hardware. Pensano a un'istruzione ricorsiva sepolta in profondità, qualcosa che si attiva su una condizione che non riusciamo ad isolare.»
LEO «Avete analizzato i thread attivi al momento del primo riavvio?»
SERGIO «Ci abbiamo provato. Quando il sistema si riprende, i log di quella finestra temporale risultano corrotti. Come se qualcosa li ripulisse prima di spegnersi.»
Leo rimase in silenzio un momento. Quello che Sergio descriveva non era un problema banale, era qualcosa di deliberato, scritto da qualcuno che conosceva bene l'architettura del sistema e sapeva dove nascondersi.
LEO «Sergio, lo sai che passo le mie giornate a fare causa proprio a quei sistemi che mi chiedi di riparare.»
Si sentì il sorriso di Sergio attraverso la cornetta. Non era un sorriso spensierato: era quello di un uomo che porta un peso e cerca di alleggerirlo con l'ironia.
SERGIO «Dai, così per una volta vedi contro chi ti scontri. Ma sul serio, Leo: mi serve l'informatico. Quello vero. Qui dentro ho tecnici che sanno leggere un manuale e seguire una procedura. Ma questa cosa non è in nessun manuale. Mi serve qualcuno che ragioni, non qualcuno che esegua.»
LEO «I log li avete ancora?»
SERGIO «Sì. Te li porto io di persona quando arrivi, su tablet. Non voglio mandarli in giro sulla rete in questo momento.»
LEO «Quando dovrei venire?»
SERGIO «Domani sera. Accesso notturno, meno gente possibile. Ti mando i dettagli su Signal. E Leo, mi serve solo il tecnico, stavolta. Lascia il tributarista a casa.»
Leo quasi rise. Sergio sapeva benissimo che Leo era un validissimo esperto informatico di professione, nonché un ottimo tributarista per passione, due cose che in lui non si erano mai separate, nemmeno volendo. Ma capiva cosa intendeva: stavolta il problema era nel codice, non nelle carte. Almeno in apparenza.
LEO «Ci vediamo domani sera.»
Riagganciò e tornò al monitor di sinistra. Prese in mano il ricorso, rilesse l'ultimo paragrafo, e continuò a scrivere. Qualcuno doveva farlo.
Il Cuore della Matrice
Leo arrivò al Ministero che erano quasi le undici di sera. Il palazzo era deserto, o quasi: due guardie all'ingresso, una receptionist che lo fece firmare su un registro cartaceo senza alzare gli occhi, e poi Sergio, che lo aspettava nell'atrio con l'aria di chi non dorme da due giorni.
SERGIO «Grazie di essere venuto. La situazione è peggiorata nel pomeriggio. Un altro nodo è andato giù.»
LEO «Quanti ne sono rimasti attivi?»
SERGIO «Tre. Tutti periferici. Il centrale regge, ma non capisco fino a quando.»
Scesero insieme al seminterrato senza aggiungere altro. Sergio camminava veloce, con quel passo teso di chi conosce ogni centimetro del posto ma non riesce a smettere di preoccuparsene. Leo lo seguiva in silenzio, guardandosi intorno. I corridoi erano asettici, le luci al neon proiettavano un chiarore freddo, uniforme, senza ombre. Un posto progettato per non avere angoli bui. Il rumore dei loro passi rimbombava sul pavimento tecnico sollevato, quel tipo di pavimento che nasconde sotto di sé chilometri di cavi e condotti come le vene di un organismo invisibile.
Si fermarono davanti a una porta blindata con lettore di badge. Sergio aprì la borsa che portava a tracolla e tirò fuori un tablet.
SERGIO «Ho precaricato tutto qui. I pcap delle ultime tre settimane e i log grezzi dei nodi periferici, quelli che siamo riusciti a recuperare prima che venissero sovrascritti. Non sono molti, ma è tutto quello che abbiamo.»
Glielo consegnò con l'aria di chi passa un referto medico a un chirurgo. Poi avvicinò il suo badge al lettore. Niente. Lo ritirò e riprovò. Il led rimase rosso.
SERGIO «Si sarà smagnetizzato. Vado a prendere una tessera di riserva al piano di sopra. Cinque minuti.»
Svoltò l'angolo e sparì.
Leo rimase solo nel corridoio. Aprì il tablet e caricò il primo file di cattura. Il traffico scorreva ordinato, troppo ordinato. Migliaia di pacchetti identici, timestamp perfetti, nessuna anomalia visibile in superficie. Era quasi rassicurante. Quasi. Leo conosceva bene quella sensazione: era la stessa che si aveva quando un bilancio tornava troppo preciso. Significava che qualcuno ci aveva lavorato sopra.
Aprì il secondo file. Qui il traffico era diverso, frammentato, con piccole lacune tra un pacchetto e l'altro, micro-interruzioni di pochi millisecondi che a occhio inesperto sembravano rumore di rete. Leo le contò. Erano regolari. Troppo regolari per essere casuali, troppo piccole per far scattare gli allarmi automatici. Qualcuno stava respirando dentro la rete del Ministero, lentamente, con pazienza, cercando di non fare rumore.
Stava per aprire il terzo file quando arrivò il disastro.
Non ci fu un avvertimento. Un sibilo cupo percorse i condotti di aerazione, come se l'aria stessa venisse risucchiata verso il basso. Poi, il buio. Non fu un blackout normale, fu il suono di migliaia di macchine che si arrestavano contemporaneamente, un silenzio denso e innaturale che cadde sul seminterrato come una coperta di piombo. Le luci al neon si spensero di colpo. Per un secondo, buio totale.
Poi successe qualcosa di strano. Invece delle luci di emergenza rosse, quelle che avrebbe dovuto attivare il gruppo di continuità generale, si accese una singola luce. Era il led verde del lettore di badge sulla porta blindata davanti a lui. Solo quello, in tutto il buio. Un clic secco, e la porta si aprì da sola.
Leo la guardò un momento. Probabilmente Sergio aveva attivato da qualche parte un'apertura remota di emergenza, o forse era un automatismo del sistema di sicurezza che in caso di blackout sbloccava le porte per consentire l'evacuazione. In ogni caso era aperta. Entrò.
Oltre la soglia il corridoio era ancora buio, ma dopo pochi passi un'altra luce si accese: il led di un pannello di controllo a parete, in fondo al passaggio, che pulsava lentamente di verde. Leo lo seguì.
Avanzò nel buio. Ogni tanto una spia di servizio rimasta accesa: la luce rossa di un estintore a parete, il led verde di un gruppo di continuità, il display giallo di un pannello antincendio. Cose installate vent'anni prima da qualche ditta appaltatrice, dimenticate da tutti tranne dai tecnici della manutenzione ordinaria. Leo le seguì non perché lo guidassero: le seguì perché erano le uniche cose visibili.
Al terzo corridoio, passando davanti a un monitor di sorveglianza alimentato dal suo gruppo di continuità dedicato, Leo si fermò. Lo schermo si era acceso mostrando una scritta bianca su fondo nero:
ATTENZIONE: SISTEMA IN STATO CRITICO. PER EVITARE LA PERDITA DEI DATI È NECESSARIO AVVIARE IMMEDIATAMENTE LA PROCEDURA DI RIPRISTINO MANUALE DALLA CONSOLE PRINCIPALE. SEGUIRE LE INDICAZIONI A SCHERMO.
Leo lo lesse. Un messaggio di sistema, apparentemente. Generico, anonimo, rivolto a chiunque fosse lì. Continuò lungo il corridoio.
L'ultima porta era quella della sala server centrale. Anche questa aperta. Leo entrò.
Era una sala che avrebbe potuto stare in qualsiasi sede centrale di un ente pubblico: rack anonimi con etichette stampate e plastificate, cavi raccolti con fascette colorate secondo una logica che solo chi li aveva posati ricordava, qualche post-it appiccicato su pannelli di controllo con annotazioni scritte a mano. Non c'era niente di impressionante. Era esattamente quello che sembrava: una stanza piena di macchine installate nel corso degli anni, aggiornate per lotti, manutenute il minimo indispensabile. L'aria era fredda, con quell'odore di plastica tiepida e polvere che si accumula nei luoghi dove le persone entrano il meno possibile. Alcune macchine erano spente. Altre continuavano a girare, silenziose, trasformando persone in dati.
Leo si avvicinò al rack centrale e guardò lo stato delle macchine. Quello che vide gli chiarì tutto in un secondo.
Il nodo primario, il server che fungeva da coordinatore dell'intera infrastruttura, stava girando in modalità degradata. Tutti i nodi di backup periferici risultavano offline. Sul pannello di controllo locale lampeggiava un avviso in rosso:
CLUSTER DEGRADATO. NODI RIDONDANTI OFFLINE. SPEGNIMENTO AUTOMATICO IMMINENTE. IN CASO DI SHUTDOWN I DATI NON REPLICATI ANDRANNO PERSI IN MODO IRREVERSIBILE. RICHIEDERE INTERVENTO OPERATORE AUTORIZZATO.
Leo aprì il terzo file sul tablet. Qui c'era qualcosa di diverso dagli altri due: una sequenza di connessioni esterne, indirizzi IP che non appartenevano all'infrastruttura ministeriale, attivi nei minuti immediatamente precedenti il blackout. Qualcuno era entrato dalla rete, aveva abbattuto i nodi periferici uno per uno con una precisione che escludeva qualsiasi guasto accidentale, e poi si era fermato. Non per scelta, ma perché il passaggio successivo richiedeva fisicamente qualcuno davanti alla console. Il messaggio sul monitor del corridoio non era un avviso di sistema. Era un'esca. Chiunque fosse capitato lì avrebbe trovato un sistema in stato critico e un messaggio che spingeva a fare esattamente quello che gli hacker non avevano potuto fare da remoto.
Il piano era fallito. Ma aveva lasciato il sistema sospeso tra il funzionamento e il collasso, in attesa di qualcuno che completasse il lavoro. In un senso o nell'altro.
Leo era capitato lì per caso. Non sapevano, gli hacker, che lo strumento aveva una testa propria.
Si sedette alla console del terminale di emergenza. Lo schermo era già attivo, alimentato dall'UPS dedicato, in attesa. Il cursore lampeggiava su una riga vuota sotto un messaggio essenziale:
SISTEMA IN STATO CRITICO. NODI RIDONDANTI NON DISPONIBILI. AVVIARE PROCEDURA DI RIPRISTINO CONTROLLATO PER PRESERVARE L'INTEGRITÀ DEL SISTEMA. OPERATORE AUTORIZZATO RICHIESTO. IN ATTESA DI COMANDO.
Dal rack centrale arrivò un crepitio, poi una voce. Non era una voce sintetizzata nel senso moderno: era piatta, monocorde, con la qualità audio di un centralino telefonico ministeriale degli anni Novanta. Il tipo di voce che dà istruzioni negli sportelli automatici degli enti pubblici. Non sembrava parlare a Leo. Sembrava leggere un regolamento.
SYS90 «SYS90 operativo. Protocollo di emergenza attivo. Terminale in attesa di istruzioni. L'integrità del database centrale è compromessa nei nodi periferici, ma il nucleo è intatto. Operatore, si attende comando di ripristino o di terminazione controllata.»
Leo fissò lo schermo. Il cursore aspettava. Si passò una mano sul viso. Aveva davanti a sé il cuore digitale del Fisco italiano, ferito, in attesa.
LEO «È ironico. Fuori c'è chi pensa che distruggerti sia l'unico modo per ridare dignità alle persone. Un colpo di spugna digitale per cancellare anni di soprusi burocratici. Tu non sei cattivo. Sei solo terribilmente efficiente nel propagare l'errore. Sei lo strumento perfetto di un mestiere antico come il mondo: l'esattore.»
Il cursore lampeggiò tre volte. Poi SYS90 tornò, non con il messaggio di sistema preimpostato, ma con qualcosa che non era nel protocollo standard.
SYS90 «La sua osservazione non rientra nei parametri di un comando operativo. Tuttavia il sistema registra l'input. In attesa di istruzioni: Ripristino o Terminazione?»
Leo si irrigidì. Si aspettava silenzio. Non una risposta. Guardò il rack centrale, poi di nuovo lo schermo. Qualcosa in quell'architettura stava elaborando quello che diceva, un modulo di linguaggio naturale, probabilmente, installato per gestire le comunicazioni di emergenza con gli operatori. O forse qualcosa di più. Non lo sapeva ancora.
Quello che sapeva era che aveva fatto una domanda senza volerla fare. E il sistema aveva risposto.
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