
Saggi — Anteprima
Le Partite IVA non si ammalano mai
Francesco Ferrari · 9 min di lettura
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Il coraggio non è l'assenza di paura. È la paura che ha imparato a fatturare.
Prologo
Il peso specifico di un contratto a tempo indeterminato
La scrivania in mogano del Direttore delle Risorse Umane era così lucida e priva di scartoffie che potevo specchiarci dentro le mie occhiaie. E non erano occhiaie qualsiasi: erano le occhiaie d'autore di chi aveva appena fondato la sua seconda società.
Davanti a me, perfettamente allineati al millimetro, c'erano tre fogli pinzati nell'angolo in alto a sinistra. Il Sacro Graal della mitologia italiana. Il Vello d'Oro dei nostri tempi. Un contratto a tempo indeterminato.
“Duemilaquattrocento euro netti al mese, Leonardo,” disse il Direttore, incrociando le dita sulla scrivania con il sorriso indulgente di chi ti sta consegnando le chiavi del Paradiso. “Tredicesima, quattordicesima, computer aziendale, ticket restaurant, e ovviamente un pacchetto di welfare che include ferie e assicurazione sanitaria integrativa.”
Assicurazione sanitaria. Ferie. Malattia retribuita. Pronunciò quelle parole con una lentezza calcolata. Potevo quasi sentire nella mia testa il suono celestiale di uno starnuto fatto in totale serenità, sotto le coperte, sapendo che a fine mese il bonifico sarebbe arrivato lo stesso. Era il 2014. Il mondo fuori cercava di rimettersi in sesto, e io ero a un bivio.
La mia mente fece un salto all'indietro. Al 1999, per l'esattezza. A quando ero un giovane studente di giurisprudenza circondato da tomi di diritto privato, destinato a una carriera solida e prevedibile. Poi, per via di un esame di economia, avevo incontrato il demone dell'imprenditoria. Era stato un colpo di fulmine rovinoso e bellissimo. Avevo aperto la mia prima attività, scontrandomi subito con il terrore delle tasse, i clienti che non pagavano e le notti insonni. Se non fosse stato per mia madre – il mio personalissimo e inconsapevole Angel Investor che ripianava di nascosto le mie voragini finanziarie tra una teglia di lasagne e un rimprovero – sarei durato meno di un gatto in tangenziale.
Eppure, eccomi lì. Più vecchio, si spera più saggio, con una nuova società appena nata che succhiava tempo, energie e liquidità con l'appetito di un tirannosauro.
“Allora, Leonardo?” La voce del Direttore interruppe i miei ricordi. “Ha la penna in mano da cinque minuti. Lo spazio per la firma è quello evidenziato in giallo.”
Guardai la Montblanc che mi aveva porto. Guardai il giallo fluo. Guardai il me stesso riflesso nel mogano.
Se firmo, pensai, da domani smetto di sudare freddo ogni 16 del mese, giorno sacro agli F24. Smetto di dover inseguire i clienti. Divento una persona normale.
Ma se firmo... la mia creatura muore. Se firmo, scelgo la gabbia dorata e dico addio al brivido di costruire qualcosa di mio dal nulla.
Misi giù la Montblanc. La posai accanto al contratto, con una delicatezza quasi esasperante.
“Direttore,” dissi, alzandomi in piedi e abbottonandomi la giacca, “le sono infinitamente grato per questa offerta. È irrinunciabile.”
“Bene, allora fir...”
“Ed è per questo che la rifiuto,” lo interruppi, con un sorriso che doveva sembrare un misto tra l'illuminazione zen e la pazzia clinica. “Ho deciso di continuare a rovinarmi la vita con le mie mani.”
Uscii da quel palazzo di vetro con il cuore che batteva a mille, l'adrenalina a fiumi e un principio di mal di gola. Feci finta di niente. Ingoiai la saliva e cancellai il malessere dalla mia mente. Da quel giorno in poi, feci un patto di ferro col mio sistema immunitario: vietato cedere.
Perché le Partite IVA, si sa, non si ammalano mai.
1
1999. Roma, i dentisti e il mio Angel Investor a distanza
Correva l'anno 1999. Il mondo si preparava al Millennium Bug, i modem emettevano suoni striduli per connettersi a internet e io vivevo la classica, disordinata vita dello studente fuori sede a Roma. Le mie giornate trascorrevano tra aule universitarie affollate e un appartamento condiviso con un solo coinquilino che odorava perennemente di caffè bruciato e fotocopie, sepolto vivo sotto montagne di tomi di Diritto Privato.
Il mio percorso sembrava tracciato: studiare, laurearmi, e iniziare una solida carriera in giacca e cravatta. Poi arrivò l'incidente di percorso. Un esame sbarramento che per molti miei colleghi era una noia mortale: Economia Politica.
Non so esattamente cosa scattò nel mio cervello, ma fu una folgorazione. Mentre sfogliavo quel manuale, non vedevo solo curve di domanda e offerta. Vedevo ingranaggi che si muovevano. Iniziai a leggere di rischio d'impresa e di investimenti, e l'economia mi apparve come una materia viva, pulsante, in netto contrasto con la rigidità polverosa dei codici. Mi innamorai, letteralmente, dell'imprenditoria. Volevo creare qualcosa di mio.
Il destino, che ha sempre un grande senso del tempismo, prese le sembianze di un mio amico fraterno. Lui era un po' più grande, faceva l'ortodontista e stava iniziando a farsi strada nel suo ambiente. Una sera, davanti a una birra, mi fece capire una cosa fondamentale: i suoi colleghi medici stavano cercando di informatizzare i loro studi. Avevano bisogno di computer per le agende, per le prime radiografie digitali, per i dati dei pazienti. Ma c'era un problema: erano tutti terrorizzati dalla tecnologia. Andavano in iperventilazione se Windows 98 mostrava una schermata blu.
«Tu coi computer ci sai fare, Leo,» mi disse. «I miei colleghi sono disperati. Se ti ci metti, ti faccio entrare io nel giro.»
Era l'assist perfetto. Il mercato gridava vendetta, e io avevo il gancio per entrarci dalla porta principale. C'era solo un ostacolo, quello che frena il 99% dei sogni imprenditoriali giovanili: i soldi. Per fare le cose sul serio, aprire un'attività di assistenza e vendita di computer, e prendere in affitto una stanza in un ufficio che fungesse da base operativa, serviva un capitale iniziale. E nessuna banca avrebbe mai fatto credito a un ventenne fuori sede.
Così, il mio primo vero pitch aziendale non lo feci in una sala riunioni, ma attaccato alla cornetta del telefono fisso nel corridoio del mio appartamento a Roma. Dall'altra parte della cornetta, a centinaia di chilometri di distanza, cura e apprensione: c'era mia madre.
Le feci un discorso appassionato. Le parlai dell'esame di economia, dell'intuizione, dell'amico ortodontista e di come avrei sbaragliato la concorrenza negli studi medici della Capitale.
Dall'altra parte del filo ci fu un lungo silenzio. Potevo quasi vederla mentre sospirava, soppesando il fatto che il figlio, mandato a Roma per diventare avvocato, voleva improvvisamente prendere in affitto un ufficio per mettersi ad assemblare e riparare computer per i dentisti. Ma le madri italiane hanno un radar speciale per capire quando i figli fanno sul serio.
Non mi fece la ramanzina. Mi chiese solo se fossi sicuro. Divenne, a distanza, il mio Angel Investor. Finanziò i miei primi passi coprendo le mie paure, le mie insicurezze e le spese di avvio, sulla cieca fiducia.
Fu così che, armato dei risparmi di mia madre, presi in affitto la mia agognata stanza in un ufficio condiviso, attivai i miei contatti e aprii la mia prima Partita IVA. Ero ufficialmente un imprenditore, con tanto di sede e computer in pronta consegna. Il mondo romano dei professionisti era mio.
O almeno, così credevo in quei primi, romantici giorni di fatture scritte a mano, prima di scoprire che nel mondo degli adulti i mostri esistono davvero. Solo che non si nascondono sotto il letto: si chiamano INPS, anticipo IRPEF e scadenze fiscali.
LE REGOLE D'ORO DI LEO | Capitolo 1: Gli Inizi
| L'ERRORE COMUNE | LA DURA REALTÀ | IL CONSIGLIO DI LEO | |---|---|---| | “Mi serve la banca per partire” | Le banche non finanziano le idee, finanziano le garanzie. Nessuno ti darà soldi senza uno storico o un immobile a garanzia. | Cerca i tuoi “Angel Investor” locali. All'inizio, le uniche persone che investiranno su di te sono i Family & Friends. Tratta i loro soldi con più rispetto di quanto faresti con quelli di una banca. | | “Il mercato è troppo difficile” | Spesso guardiamo ai mercati saturi cercando di inventare la ruota, ignorando bisogni ovvi vicino a noi. | Trova la paura del tuo cliente. I dentisti avevano paura del PC. Io vendevo la cura a quella paura. Risolvi un problema pratico che spaventa il tuo target e avrai un business. |
2
Il battesimo del fuoco (e dei 39 di febbre)
C'è un momento preciso nella vita di ogni lavoratore autonomo in cui l'illusione romantica di essere “il capo di se stessi” si schianta contro il muro di cemento armato della realtà. Per me, quel momento arrivò in una gelida mattina di novembre romano, con la pioggia che batteva sui vetri della mia stanza e il termometro che segnava impietosamente 39.2.
Avevo le ossa rotte, la gola che sembrava carta vetrata e brividi di freddo che mi scuotevano sotto tre strati di coperte. Ero un ventenne fuori sede: in una situazione normale avrei chiamato mia madre per un po' di conforto telefonico, avrei saltato le lezioni all'università e mi sarei abbozzolato nel letto a bere tè caldo per i successivi tre giorni.
Ma non ero più solo uno studente. Ero una fiammante Partita IVA fresca di stampa, con un ufficio da mantenere e clienti da servire.
Il telefono fisso nel corridoio squillò. Il mio coinquilino era già uscito. Mi trascinai fuori dal letto imprecando, avvolto in un piumone come un monaco tibetano in rovina, e alzai la cornetta.
«Leonardo! Alleluia!» Dall'altra parte c'era la voce concitata del Dottor Rinaldi, uno stimato collega del mio amico ortodontista, il cui studio si trovava dall'altra parte di Roma. «Il computer in segreteria è impazzito. Schermata nera. Non possiamo vedere l'agenda, non sappiamo chi sono i pazienti di oggi, non posso stampare le ricevute. È il caos! Devi venire subito.»
Guardai il termometro appoggiato sul mobiletto. 39.2. Guardai fuori dalla finestra: pioveva a dirotto.
«Dottore, mi scusi, ma oggi sto malissimo. Ho un febbrone da cavallo. Non riesco a stare in piedi.»
Ci fu una pausa. Un silenzio raggelante, più freddo della pioggia fuori.
«Capisco,» disse lui, con un tono che non ammetteva repliche. «Il problema è che la mia sala d'attesa è piena adesso. Se non vieni tu, chiamo qualcun altro dall'elenco telefonico.»
Era il mio primo vero cliente grosso. Se lo avessi perso, avrei perso non solo i soldi dell'intervento, ma anche la faccia con il mio amico che mi aveva raccomandato, tagliandomi fuori da tutto il circolo dei dentisti romani. In quel preciso istante, il mio cervello processò la cruda verità: la malattia è un lusso che il libero professionista non può permettersi. Se non lavori, non incassi. Se non risolvi il problema al cliente, il cliente scompare. Non c'è un capo a cui portare il certificato medico, non c'è l'INPS che ti paga i giorni a letto. Ci sei solo tu.
«Mi dia quarantacinque minuti, Dottore. Sto arrivando.»
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