
Semi di Pensiero® — Anteprima
La Lista Invisibile
Francesco Ferrari · 9 min di lettura
Scopri il libro completo →La Lista Invisibile
A chi c'è, e nessuno vede.
CAPITOLO 1
Il ragazzo che non c'era
Il professor Danesi ci contò due volte, e due volte venne fuori che in classe eravamo ventitré.
Eravamo ventiquattro.
Lo so perché il ventiquattresimo ero io.
«Perfetto» disse, battendo le mani. «Ventitré. Facciamo gruppi da quattro, e un gruppo da tre. Chi finisce nel gruppo da tre ringrazi il cielo: meno gente, meno litigi.»
Alzai la mano. Cioè, la alzai a metà. Il gomito rimase attaccato al banco, che è il modo in cui alzo la mano io: come uno che vorrebbe rispondere ma anche, contemporaneamente, non essere mai nato.
Danesi guardò verso di me. Giuro. Guardò verso di me. Poi disse: «Moreschi, tu con Ricci, Bellini e Sanna» e andò avanti.
Nei videogiochi esiste un trucco che si chiama noclip: attraversi i muri, i nemici non ti vedono, cammini in mezzo alla mappa come un fantasma. È utilissimo. Peccato che nei videogiochi lo devi attivare tu.
Il mio si attiva da solo.
Rimasi con la mano a metà finché tutti ebbero un gruppo. Le sedie strisciavano, i banchi si spostavano, Ricky Moreschi distribuiva pacche sulle spalle come un sindaco in campagna elettorale. Davide, il mio migliore amico, finì nel gruppo vicino alla finestra e mi lanciò un'occhiata che diceva: muoviti, imbucati da qualche parte.
Facile per lui. Davide se entra in una stanza lo sentono dal piano di sotto. Io se entro in una stanza la temperatura resta identica.
Mi avvicinai al gruppo da tre. Erano in tre, no? Matematicamente c'era posto.
«Qui siamo già in quattro» disse Sanna, senza nemmeno guardarmi.
Contai. Erano in tre.
Aprii la bocca per dirlo. La richiusi. Feci quella cosa che faccio sempre, quella per cui mi odio sempre: sorrisi come se andasse benissimo, come se in realtà fossi lì solo di passaggio, e tornai al mio banco con l'aria di uno che ha un piano.
Non avevo un piano. Avevo un banco.
Passai l'ora a fare il lavoro di gruppo da solo, che tra l'altro mi venne pure bene, e quando Danesi ritirò i fogli prese anche il mio senza chiedersi da quale gruppo arrivasse. Un foglio in più. Nessun problema. I fogli non fanno domande.
Ecco, se dovessi spiegare la mia vita a un alieno, gli farei vedere quella scena. Michele Fanton, tredici anni, terza C: il ragazzo che non risulta.
Non è che mi trattino male, capiamoci. Per trattare male qualcuno devi prima accorgerti che esiste. Nessuno mi ha mai preso in giro, nessuno mi ha mai spinto contro un armadietto come nei film americani. Semplicemente, quando la memoria della classe salva la giornata, io non vengo salvato. Sono il file che si perde.
Una volta l'ho detto a Davide, così, ridendo. Lui ci ha pensato un secondo — un secondo intero, che per Davide è tantissimo — e poi ha detto: «Vabbè, ma io ti vedo.»
E questo, in effetti, era vero.
· · ·
Il pomeriggio la scuola si svuota in fretta. Alle due e dieci il corridoio del primo piano è già roba mia: io esco sempre per ultimo, non per scelta, per statistica. Se nessuno ti aspetta, non hai motivo di correre.
Stavo chiudendo lo zaino vicino agli armadietti quando sentii il rumore.
Non un rumore forte. Un rumore sbagliato. Carta strappata, ma strappata male, con rabbia, tipo quando il foglio non si strappa dritto e allora lo strappi di nuovo, e di nuovo, finché il problema non è più il foglio.
Veniva dal fondo del corridoio, dall'angolo dove c'è il distributore dell'acqua che non funziona da settembre.
Feci due passi. Silenziosi. Non è merito mio: io cammino silenzioso di default, è il pacchetto completo dell'invisibilità, camminata inclusa.
Era Greta Sanna.
Greta Sanna, quella del «qui siamo già in quattro». Quella che a ricreazione sta sempre in mezzo, che ride sempre per prima, che quando decide che una cosa è divertente diventa divertente per tutti. Greta Sanna stava strappando un foglio in pezzi sempre più piccoli, e piangeva.
Ma non piangeva come si piange per un brutto voto. L'ho visto piangere, il brutto voto: dura poco e cerca pubblico. Questo era il contrario. Questo era un pianto che cercava di non esistere, tutto schiacciato dentro, con le spalle che tremavano e la faccia girata verso il muro come se il muro potesse coprirla.
Strappò l'ultimo pezzo. Li buttò nel cestino accanto al distributore, tutti insieme, con le due mani, spingendoli in fondo. Poi si asciugò la faccia con la manica — due passate veloci, precise, da una che l'ha già fatto — tirò su lo zaino e mi passò davanti.
A mezzo metro.
Non mi vide.
Ovvio che non mi vide. Noclip attivo, come sempre. Solo che per la prima volta in tredici anni, mentre Greta Sanna spariva giù per le scale con la faccia di una che tra dieci minuti riderà di nuovo per prima, pensai una cosa nuova.
Pensai che essere invisibile mi aveva appena fatto vedere una cosa che nessun altro, in tutta la scuola, aveva visto.
Rimasi fermo un minuto buono, in mezzo al corridoio vuoto. Io, il distributore rotto e un cestino.
Il cestino.
Mi avvicinai.
CAPITOLO 2
Ventitré nomi
Nel cestino c'erano: una bottiglietta, due fazzoletti che decisi di non indagare, la carta di una merendina e una nevicata di pezzetti bianchi.
Ne presi uno. Poi un altro. Poi smisi di fare finta che ne avrei presi solo due e li tirai fuori tutti, in ginocchio davanti al cestino come uno che ha perso l'anello di fidanzamento, pregando che il bidello Osvaldo avesse già finito il giro del primo piano.
A casa li rovesciai sulla scrivania.
Mia madre urlò qualcosa dal corridoio riguardo alla merenda. Risposi qualcosa riguardo al fatto che l'avrei mangiata. Due bugie che si incrociarono a metà strada e si salutarono, come ogni giorno.
Il foglio era un puzzle di una cinquantina di pezzi, strappati da una che aveva fretta di farlo sparire. Ci misi un'ora e mezza. Alcuni pezzi mancavano — rimasti nel cestino, volati sotto il distributore, chissà. Ma quello che venne fuori bastava.
Era una lista.
Nomi in colonna, scritti a penna, in stampatello piccolo e ordinato. E accanto a ogni nome, un numero.
Moreschi — 1.
Il cuore mi fece una cosa strana, tipo quando salti l'ultimo gradino senza saperlo.
Ricci — 2. Bellini — 9. Sofia Bellini, nove. Sanna — 4, ma il 4 era sbarrato con due righe dritte e cattive, e accanto, più piccolo: 11.
Greta Sanna era passata da quattro a undici.
Continuai a leggere con le orecchie che ronzavano. C'erano tutti. Cioè: c'erano in ventitré. Contai i nomi tre volte, spostando i pezzetti con un dito, attento a non far volare via niente col respiro.
Ventitré nomi. La terza C ha ventiquattro alunni.
Cercai il mio pezzo. Cercai Fanton in ogni frammento, anche in quelli strappati a metà: una F, una N, un pezzo di T. Cercai tra i margini, pensando che magari ero in fondo, magari il fondo era andato perso.
Il fondo non era andato perso. Il fondo c'era: si vedeva il bordo del foglio, la fine della colonna, il bianco dopo l'ultimo nome.
Io non c'ero proprio.
Rimasi a fissare la scrivania per un tempo che non so misurare. Poi feci la cosa più matura che mi venne in mente: fotografai il puzzle, raccolsi i pezzi in una busta da lettere, scrissi sulla busta VECCHIE FIGURINE perché nessuno in casa mia aprirebbe mai una busta di vecchie figurine, e chiamai Davide.
«Quindi fammi capire» disse Davide, con la voce impastata di chi sta contemporaneamente parlando al telefono e giocando a qualcosa. «Hai rubato la spazzatura di Greta Sanna.»
«Ho recuperato un documento.»
«Dal cestino.»
«I detective lo fanno sempre.»
«I detective sono adulti pagati, Miki. Tu sei uno che ha frugato in un cestino dove c'erano i fazzoletti di un'altra persona.»
«Puoi guardare la foto che ti ho mandato, per favore?»
Sentii il gioco andare in pausa. Poi silenzio. Un silenzio lungo. Troppo lungo per Davide, che i silenzi li riempie per natura, come l'acqua riempie i buchi.
«Boh» disse alla fine. «Sarà una cosa loro. Una classifica di FIFA. I punti di un torneo.»
«C'è scritto Sanna sbarrato che passa da quattro a undici. Ti sembra FIFA?»
«Sembra una cavolata, Miki.» La voce gli era cambiata. Più veloce. Più alta di mezzo tono. «Le femmine fanno ste cose, le classifiche, chi è più simpatica, dai, le fanno da sempre. Buttala via.»
«Greta la strappava piangendo, Davide. Ma piangendo vero.»
«E tu che ne sai di come piange la gente vero?»
Non risposi. Perché la risposta era: ne so parecchio, sono uno spettatore professionista, è l'unico sport in cui gioco titolare. Ma dirlo ad alta voce era troppo triste anche per me.
«Senti» disse Davide, e adesso rideva, ma era la sua risata numero tre, quella che usa coi professori, non con me. «Giuro sulla merenda che è una cavolata. Domani ci ridiamo su. Devo andare, mia madre mi chiama.»
Non lo stava chiamando nessuno. Casa di Davide la conosco a memoria, ci ho passato metà della vita: quando sua madre chiama, la sente tutto il condominio.
Riattaccò lui per primo.
Rimasi col telefono in mano, sul letto, a guardare la foto del puzzle. Ventitré nomi in stampatello ordinato. Un numero uno accanto a Moreschi, ovvio come il sole. Una Greta declassata che piange in un corridoio vuoto. E il mio migliore amico, quello che riempie tutti i silenzi, che davanti a quella foto era stato zitto per otto secondi interi.
Sapevo tre cose, e le scrissi sul quaderno di matematica, in fondo, dove finiscono le cose importanti:
Uno: esiste una lista.
Due: la lista decide qualcosa, perché Greta piangeva come si piange per le cose che decidono.
Tre: sulla lista ci sono tutti tranne me.
Guardai a lungo il punto tre.
Avrei dovuto chiedermi chi l'aveva scritta, la lista. O cosa significavano i numeri. O perché Greta era stata sbarrata. Domande da detective, giuste, pulite.
Invece l'unica domanda che mi girava in testa, alle undici e mezza di sera, con la busta delle finte figurine nel cassetto, era un'altra. Era stupida e faceva male, e più era stupida più faceva male.
Perché io no?
Ti è piaciuta questa lettura?
Puoi: